Progetto generale Fiumara d'Arte
2004-2005
Realizzazione
del Museo fotografico all'aperto di Librino
2003-2004
2002
Un chilometro
di tela per Librino
2001


1ª Edizione
Casa degli Artisti

2ª Ed. Casa dei Poeti
3ª Ed. EXTRAordinario

Piano di zona
I quartieri
Istituzioni
Emergenze
Una Fiumara d'Arte

Lucia Rosano


Energia Mediterranea (1990) Antonio Di Palma


Quasi a voler invitare l'osservatore ad intraprendere un viaggio spirituale, che si spinge oltre i limiti dell'umano, al principio di "Fiumara d'arte", a Santo Stefano di Camastra, all'imbocco della strada che conduce alla cementeria, troviamo dei soldati che costituiscono una barriera, quasi a proteggere quelle realtà simboliche che Fiumara custodisce, come presenze che vegliano la creatività e gli rendono omaggio. Sono i soldati in cemento di Gay Candido che creano quel distacco tra il mondo del quotidiano e quello metafisico delle sculture, ognuna contornata di realtà e di vissuti differenti; ci avvisano che qui ha dimora l'uomo col suo pensiero e la sua Verità, e ci invitano a vedere l'oltre, a penetrare nel segreto della natura che appartiene all'essere umano: "I guerrieri - spiega Presti - sono la mia difesa animista, sono i difensori della pace e costituiscono una barriera tra me e il mondo. Uno di loro è infatti disteso a significare il riposo del guerriero. Ma non ho ignorato i simboli di una spiritualità più tradizionale che mi mettono in sintonia con gli altri: nella chiesetta, consacrata da Monsignor Carmelo Ferraro, possiamo celebrare la messa" .
E dopo aver affrontato i temibili guerrieri e aver trovato la forza di intraprendere un viaggio per capire l'uomo e il suo io, possiamo iniziare la visita di "Fiumara d'arte".

La prima scultura che ha ospitato Fiumara, dal titolo "La materia poteva non esserci" è di Pietro Consagra, artista contemporaneo nato a Mazara nel 1920, uno dei maggiori scultori italiani viventi, le cui opere sono sparse in tutto il mondo. La sua formazione è avvenuta all'Accademia di Belle arti di Palermo, sotto la guida di Alessandro Campini, scultore figurativo dal rigore classicista, si trasferì a Roma nel 1944. Risale a quegli anni e a quelli immediatamente susseguenti il vivacissimo e polemico contrasto fra fautori del realismo e fautori dell'astrattismo: i primi, capeggiati da Renato Guttuso, ebbero l'appoggio e la promozione del Pci; i secondi, tra cui Consagra, si riunirono nel gruppo Forma, nel 1947 e, pur essendo militanti di sinistra, subirono un violento ostracismo che partì dai comunisti. Nonostante la velenosa diatriba e le censure sulla stampa di partito, l'arte astratta, nel corso degli anni, ha conquistato in Italia posizioni di grande prestigio raccordandosi con gli sviluppi dell'arte internazionale. Pietro Consagra è presente in molti punti del territorio siciliano, da Gibellina alla nativa Mazara, con famose opere anche di grandi dimensioni.
In un intervista fatta dalla Antonella Amendola per la "Domenica del Corriere" nel 1986, Consagra afferma che senza l'aiuto di un mecenate come Presti una scultura così di grandi dimensioni non sarebbe stata possibile farla, per i costi troppo elevati di realizzazione: per costruirla sono stati usati cinquecento metri cubi di cemento armato; due enormi arcate che si librano nell'aria a mo' di ali d'uccello con la parte prospiciente il mare di colore bianco e quella rivolta verso la montagna di nero, collocata lungo la Fiumara di Tusa, che dalla montagna scende verso il mare per un tragitto di quindici chilometri; "…questa che è stata realizzata a Tusa, fa parte degli addossati che vuol dire due immagini addossate l'una all'altra, ma anche distinte nel colore… ma ancora il tema riguarda la scultura frontale…sono venuto a vedere il luogo e ho pensato che dovevo fare delle forme fuori dal richiamo del naturale. Mi interessava il contrasto, in modo che l'opera risultasse evidente, per un risalto dell'artificiale a confronto con il naturale. Un artista è sempre preso dal fascino della natura, cerca di distaccarsene, ma, alla fine, la natura assorbe tutto.

Labirinto di Arianna (1990) Italo Lanfredini

C'è un tipo si passionalità che si ricava da un paesaggio drammatico com'è quello della Fiumara". Ma nonostante questa ricerca artistica che ha portato Consagra ad allontanarsi dalla natura, l'effetto visivo che noi abbiamo de "La materia poteva non esserci" è quello di un pacifico sodalizio con un contesto aspro come può essere il paesaggio siciliano, facendoci avvertire un stretto legame con il mondo arcaico che ancora vive in un ambiente che miracolosamente è rimasto intatto dal passare dei secoli. Consagra rende tremendamente sacro il tempo passato. Anche la struttura stessa dell'opera vive di questi contrasti, apparentemente inconciliabili; per prima cosa i colori usati: il Bianco e il Nero; poi lo spessore che, essendo di tre metri, su diciotto metri di altezza, poteva tradire la frontalità dell'opera; la monumentalità della scultura di cemento armato è resa leggera da una serie di arcate che si aprono nella materia lasciando passare l'aria e la luce, quest'ultima vera protagonista della scultura. Tutti gli elementi che qui si vanno a incontrare entrano in armonia l'uno con l'altro, e sembrano fermare lo scorrere del tempo che in vece ci avvisa del suo silenzioso marciare tramite un debole scialacquio proveniente dalle lente acque che continuano a scorrere. Quindi una riflessione sul dritto e rovescio dell'esistenza, sul bene e sul male cosmico.
I problemi tecnici che si sono dovuti superare sono tantissimi, uno dei quali riguarda la staticità di una scultura monumentale che sorge proprio sulle rive di Fiumara e che quindi deve affrontare le acque che dal proprio letto fuoriescono per andare a lambire il basamento dell'opera; oppure il problema dell'effetto "vela" dal momento che la struttura si oppone alle forze dei venti, ma superati con la costruzione di fondamenta di sei metri di profondità e quindici di larghezza, con uno spessore di tre metri. 
In un'intervista del 1987 Presti dichiara che per lui questa prima scultura significa molte cose, ma soprattutto rimane un omaggio d'amore e riconoscimento per il lavoro del padre "I primi tempi, temendo di non essere capito dagli operai, battevo sul tasto dell'omaggio a mio padre, così quando abbiamo cominciato a levare le prime tavole di legno dal cemento ormai asciutto, loro si meravigliavano assai: "Ma com'è? Questo ho fatto? Io mi credevo che queste erano le mani del principale…" ; ma è anche altro: è il desiderio, forse nemmeno consapevole, di tornare a quell'età dell'oro in cui manualità ed arte non erano separate, artisti ed artigiani ed anche operai erano la stessa cosa e la stessa materia, l'identica fatica creavano oggetti d'uso ed oggetti di culto, religioso o estetico. "Insomma il cemento armato può fare le case e fare le opere d'arte", dice Antonio e lui è uno che non si rassegna a separare, nella vita utilità e piacere "Anche ad un mio amico, che fabbrica cessi - racconta nella sua innocenza - gli ho detto: ma perché devi sentirti frustrato per questa cosa? Chiama i più grandi artisti e farglieli disegnare!" Lui per suo conto, è un po', come l'ha definito una amica poetessa, "scultore senza scalpello, attore che ha per palcoscenico la vita…", insomma, al di là dell'enfasi, una specie di artista ed operaio collettivo, che si esprime attraverso gli altri .

la materia poteva non esserci (1986) Pietro Consagra

La scultura è stata inaugurata la Domenica 12 ottobre del 1986, dopo un anno di lavoro, con una cerimonia spettacolare: dalle alture sono scesi i cavalieri di Sanfratello , scintillanti nei loro costumi dorati, che si sono esibiti davanti alla folla che si accalcava nello spazio antistante la scultura, sotto il sole ancora estivo, di fronte ad un mare azzurro e terso . L'opera era illuminata a giorno e sfolgorava nel cielo notturno come un miraggio. Fra i personaggi presenti al vernissage vi erano Giovanni Carandente, l'esperto che aveva allestito le due ultime mostre di Fausto Melotti, la figlia di quest'ultimo, Arnaldo Pomodoro, Andrea Cascella, l'onorevole Ojeni, il sindaco di Tusa Andrea Ferlito, il sindaco di Motta Sebastiano e l'onorevole Giuseppe Merlino. 
La dimensione umana di questo progetto viene sottolineata dall'artista stesso che racconta la sua scultura come un totem simbolico che racconti dei vecchi miti della Sicilia per poterne scoprire dei nuovi, un "mito" che faccia rivivere la grande civiltà che fu di questa isola per quelli che verranno . 
Vista da lontano intuiamo la frontalità e ne percepiamo la monumentalità, ma una volta giunti al suo cospetto ci meravigliamo del fatto che quel labirinto in verticale ci inviti a passarci in mezzo, quasi a varcare una porta che porti in un altro tempo che fu quello passato, arcaico. Ci si accorge allora dell'immensità del cielo, sotto il quale la storia scorre da tempo immemorabile, ci si sofferma a pensare se quella parte di terra è sempre rimasta tale… forse sì; uno scenario fuori dal mondo e dal mutamento, solo una scultura segna un passaggio che prima era anonimo attraverso la sua imponenza; e poi il bianco e il nero, carichi di interrogativi, due facce che non avranno mai la possibilità di incontrarsi, perché interposte l'una all'altra: una guarda verso il mare e una verso la montagna, attente ai cambiamenti quasi impercettibili del tempo… "Solo una scultura non figurativa può resistere al cospetto dello scenario sotto il cielo… - dice Consagra - nell'immenso paesaggio della Fiumara sei con la solitudine, fuori dalla storia, al cospetto delle montagne, del cielo, degli alberi, dei sassi. Devi avere un coraggio da leone, non si può essere arbitrari, non si può essere mimetici, non hai a che votarti. Il lavoro già fatto ti appare fuggevole come un pensiero, sospeso come una frase, trasparente come un gesto. Devi essere deciso, non hai impedimenti. La dimensione l'hai già scelta, l'avventura è già nelle tue immagini. Se ti va bene, puoi essere felice" .

Una curva gettata alle spalle del tempo (1990) Paolo Schiavocampo

Subito dopo la scultura di Consagra, Presti contatta già un altro scultore, Paolo Schiavocampo, al quale commissiona una scultura da porre sul bivio tra la strada che porta a Castel di Lucio e una vecchia strada di campagna, e le allega come arredo urbano, da lui finanziato, al progetto di rifacimento stradale di cui è incaricata la sua impresa. "Una curva gettata alle spalle del tempo", questo è il titolo dell'opera che viene inaugurata il 30 gennaio del 1988. Schiavocampo intendeva realizzare una scultura che fosse al di fuori dell'eterno scorrere del tempo, voleva estrarre questo eterno movimento da una direzione ben precisa: avanti o indietro; una volta entrati nella curva, lo scorrere del tempo si deforma e non permette di capire la direzione o la meta, tutto diventa astrazione. Anche qui il luogo brullo permette questo stato, perché la storia non ha avuto modo di passare visibilmente, e allora l'osservatore si trova in una condizione di totale irrealtà. "Pensai - dice Schiavocampo - a un punto di riferimento andaluso e lorchiano 'Cruz. Punto final del Camino' e che questo punto di riferimento avesse insieme una sua verticalità e apparisse come mosso dal vento silenzioso che saliva dal mare. Che tra questo punto di riferimento, che fu realizzato con una forma di cemento di quattro metri di altezza e utilizzato come spartitraffico, vi fosse uno spazio neutro, uno spazio mediativo, che l'inizio della nuova strada fosse segnato da due cippi alti e sottili che disegnavano un triangolo con lo spartitraffico, che là dove la valle scende verso il mare vi fosse una fila di sedili e là dove il terreno saliva vi fosse una sistemazione ecologica con pietre rosse e grigie locali che salvavano e isolavano i cespugli spontanei. Essendo l'insieme composto da diversi elementi, sbagliato sarebbe vedere la forma in cemento, la scultura come la sostanza del mio intervento, essa non è altro che un particolare". Questo diventa un luogo di passaggio, raccolto e a misura d'uomo, segnato dalle pietre: pietra vecchia e pietra nuova, pietra-sedile, pietra-dolmen. E' la memoria del passato della pietra, il suo essere natura e segno, utensile e monumento. E la pietra del fiume sulaa cui disordinata casualità si erge all'inizio la fierezza drammatica della domanda, e che diviene reliquia di mare sotto l'onda dove quella domanda invece si adagia placata dall'orizzonte lontano, qui si trasforma come una pietra filosofale, comprendendo nello spazio di una curva la sua storia e il suo futuro . Anche la forma non mantiene più la sua identità, che sembra variare con il passaggio del vento, è organica, vive nelle sue sinuosità che la trasformano. In fotografia appare in tutta la sua monumentalità e grandezza, ma da vicino assume delle dimensioni umane. Sembra di essere al cospetto di un cavaliere medioevale, vestito della sua armatura, così come lo è la scultura di Schiavocampo, avvolta ancora dalle fasce in ferro che hanno contribuito alla sua creazione, come se il tempo fosse finito in quel momento, e la scultura diventa infinita, immersa in un eterno farsi; qui il tempo lascia i suoi segni nella ruggine che scrive sull'armatura il lento passare del tempo. 

Contemporaneamente riesce a coinvolgere nel progetto anche Tano Festa con una scultura di dimensioni monumentali da realizzare sul lungomare di Villa Margi, con il consenso del comune di Reitano, che ne delibera la costruzione per l'alta fama dell'artista e per la valorizzazione del territorio, interamente a spese del proponente. La scultura, intitolata "Monumento ad un poeta morto" e dedicata al fratello poeta Francesco Lo Savio, fu ribattezzata da tutti "Finestra sul mare", viene inaugurata il 24 giugno del 1989, dopo la morte dell'artista avvenuta nell'anno precedente: il 19 gennaio del 1988; è una scultura imponente, proiettata sul mare, in bilico fra la terra e il cielo, una struttura di cemento armato che ha una dimensione di venti metri per venti, con uno spessore di otto metri, entro la quale è posta "la bara", anch'essa di venti metri. L'opera, di colore azzurro, che sta fra l'azzurro del mare e quello del cielo, è come una finestra, rivolta verso il mare, e che mostra i vari interventi che il colore e la luce fanno su quella tavolozza blu, durante il variare della giornata; mentre "la bara" è nera. Naturalmente i lavori sono stati eseguiti dalle maestranze di Presti che così la racconta: "E' collocata trasversalmente rispetto al mare per inquadrare il tramonto, quando, se guardi il sole, resti abbagliato scoprendo l'impossibilità di scrutare l'infinito, l'orizzonte, Dio. C'è però questo bastone nero, appoggiato alla base, a costituire l'elemento di rottura, ad ancorarci sulla terra. Anche se abbiamo usato il cemento, tutto è dinamico, leggero. E' una struttura metafisica librata tra le nuvole e gli uccelli" .
L'inaugurazione di "Finestra sul mare" è stata suggestiva poiché è stata organizzata una cerimonia che evocava i riti poetici e funebri della Grecia antica: mentre le note di "Un oceano di silenzio" di Franco Battiato si diffondevano per tutta la spiaggia assolata, una Venere interpretata dall'attrice Patrizia Balusci, emergeva dal mare per portarsi in cima alla bara, e da lì, interpretare i versi del Vascello Fantasma, di Francesco Lo Savio, che trasmetteva il presentimento di una fine imminente: un gagliardo veliero che, dopo aver solcato tutti i mari, si arena spargendo i suoi frammenti fra le alghe e gli ossi di seppia e gli altri detriti marini. In un'epoca come quella attuale, in cui la materialità della vita sembra prevalere su ogni altro valore, un'impresa o una cerimonia come queste hanno qualcosa di anacronistico o di folle . 
Il bozzetto fu realizzato dal pittore romano, poco prima che si spegnesse, in un ultima visita fatta da Antonio Presti; racconta Antonella Amendola in un catalogo dedicato a "Fiumara d'arte" edito da Apeiron: "Lucidissimo ed entusiasta Tano schizzava rapidamente su un blocco da disegno il suo Monumento per un poeta morto immerso nella marina di Tusa. Quando Antonio Presti, che lo tallonava da tempo infruttuosamente per un suo lavoro, era venuto a trovarci con una pianta di Stelle di Natale in mano, si era commosso. Aveva chiesto la scatola di pennarelli, voleva darsi da fare… Tu intanto vai di là in salotto, vedi se ti piace il Monumento per un poeta morto. Visto e preso. "Starebbe benissimo così com'è in scala, alla fine della Fiumara, proprio sulla battigia." Sorrideva luminoso. E sorrideva luminoso, persino ironico, un po' da impunito, anche quando è morto il 9 gennaio 1988".
Sempre nel 1988 viene bandito un concorso di scultura riservato agli "Under quaranta", bandito da Presti e per il quale ha riunito una giuria composta da Manfred Fath, direttore del museo di Mannheim, Oriol Bohigas, celebre architetto spagnolo, Elisabeth Gall, urbanista di Barcellona, Hélène Lassalle, della Direzione Musei Francesi, Giovanno Joppolo, direttore a Parigi della rivista d'arte "Opus Intérnational", Lucia Matino del PAC di Milano, il critico messinese Lucio Barbera e l'architetto Patrizia Merlino. Tra i cinquantacinque bozzetti pervenuti vengono prescelti quelli del siciliano Carlo Lauricella, che poi non sarà realizzato a causa dell'opposizione del Comune di Santo Stefano di Camastra dove avrebbe dovuto essere posizionato, quello di Antonio di Palma (Firenze) e quello di Italo Lanfredini (Mantova).
Le due sculture vengono inaugurate il 24 giugno 1989 con quella di Tano Festa insieme con l'opera di Nagasawa; in un pianoro di Motta D'Affermo si erge l'opera di Antonio di Palma "Energia Mediterranea", mentre in una panoramica altura di Castel di Lucio vi è Italo Lanfredini con "Labirinto di Arianna". Nella stessa data risulta completata anche "Arethusa", la coloratissima decorazione in ceramica di Piero Dorazio e Graziano Marini della caserma dei carabinieri di Castel di Lucio.
Ma andiamo con calma.

Il Muro di ceramica (1991) AA.VV.

"Energia Mediterranea" di Antonio di Palma si erge in un luogo da cui si può godere della vista del paesaggio a 360° sulla valle verso il mare, un punto come quelli che sapevano scegliere gli antichi greci per posizionare i loro teatri. Qui c'è l'azzurra e ampia "Energia Mediterranea" di Antonio di Palma. Stavolta la scultura non è monumentale nel senso della verticalità, né è intrusiva come il grande geroglifico di Consagra e la sua ineludibile domanda, ha piuttosto un rapporto orizzontale e sinuoso di contatto con la natura: una grande onda di cemento blu come gonfiata dal vento, un segno d'acqua solidificato sulla montagna, come l'esplosione della visione di quell'orizzonte di mare in lontananza e la sua materializzazione fisica sul posto, sospende ogni domanda nell'incantamento. Si può salire sull'onda, ci si può lasciare scivolare, ci si può riparare al di sotto della sua volta, dove mucchi di sassi di mare macchiati di blu formano come un altare, mutandola in una cappella e in una architettura dell'intimità. E per quanto l'opera sia aperta e percorribile, il suo colore - il celebre blu-Klein, la tinta della dimensione "immateriale dell'universo" - le dà una singolare sacralità, come se questa presenza sul pianoro che ne raddoppia il paesaggio fosse in primo luogo la solidificazione di una liquida proiezione mentale, il mistero di una segreta coincidenza tra quel mare e quella montagna che sono i due estremi del percorso della Fiumara. Qui ci si ferma, si guarda, si dimentica ciò che ci siamo lasciati alle spalle, si placa l'ansia, ci si carica di forza positiva prima di salire ancora verso il labirinto . 

E arriviamo al "Labirinto di Arianna" di Italo Lanfredini, che si trova su un'altura raggiungibile attraverso un viottolo che si diparte dalla strada poco prima di arrivare a Castel di Lucio. Appare come sinuosamente adagiato sulla collina, nel suo sviluppo in orizzontale, solo un elemento sfugge da tutto questo movimento per slanciarsi in alto, è una specie di portale che invita a percorrere il labirinto. La sua forma sembra imitare una lettera antica, di quelle che ancora gli uomini scavavano nella pietra, quando l'unico elemento per scrivere era un duro sasso da incidere; ma anche il labirinto stesso è un'architettura tipica del mito, come appunto, quello di Arianna che cercava Teseo, nell'antica Grecia. E il mito pagano convive con una piccola chiesa di campagna; in questo vasto spazio vengono a crearsi due diverse dimensioni del sacro: quello degli dei greci cultori dell'edonismo sfrenato e quello dei rigidi credo cristiani, ma in questo silenzio metafisico non si scontrano per far prevalere una forza sull'altra.
La forma è quella più antica del labirinto cretese a sette anse, un percorso a spirale che porta al centro senza smarrimenti e che riporta indietro, tra andare e tornare un chilometro di cammino. La sua materia di cemento è rosata, una calda tinta di pelle e di carne che trasmette fin da subito la sensazione che dietro quel muro circolare c'è un grembo dove perdersi e ritrovarsi, la Grande Madre, l'antica dea all'alba della storia che regna ancora nel profondo della psiche come una remota e rischiosa nostalgia . Intraprendendo questo cammino l'individuo subito intuisce che è un entrare in sé stessi, un misterioso conoscersi, dal momento che nessun mostro ci attende al centro; l'essere soli e scavarsi nel più profondo io. Solo il cielo sta a guardare e la terra ti accompagna e basta; l'esterno viene precluso dall'altezza delle mura che sembrano essere nate in quel momento dalla terra, per fare in modo che la ricerca nell'interiorità abbia la meglio sulle distrazioni che possono esserci fuori. Già il portale sembra richiamare il sesso femminile, quindi assistiamo ad un ritorno all'origine, un accesso in una dimensione al di fuori di ogni tempo e luogo. Il lungo cammino verso il centro, circa un chilometro, con la stessa distanza ti riporta indietro, in modo da permettere al viaggiatore di poter entrare nella sua profondità più intima , senza disturbi e ostacoli. Una volta arrivati in centro una pozza d'acqua piovana e un albero d'ulivo; uno arrivato dall'alto e l'altro dalle viscere della terra, quindi lì è il punto d'incontro dei misteri della natura, un ombelico del mondo che offre i suoi prodotti più semplici, dona la pace e la purezza. Una volta affrontato questo incontro con se stessi, nella propria nudità, come se nulla fosse accaduto, si torna indietro, rinnovati nello spirito e si ripercorre tutta la strada a ritroso, calpestando gli stessi chilometri di prima, né più né meno. "Una memoria - sostiene Lanfredini - una traccia che affonda e si fonda nel paesaggio con la consapevolezza di, come dice Calvino, non aspettarsi di raggiungere un al di là ma un al di qua… Noi stessi".

Il 24 giugno 1989 si inaugura la "Stanza di Barca d'oro", di Hidetoshi Nagasawa situata in un luogo laterale rispetto alla grande fiumara, in una piccola gola, lontana dai tragitti consueti, nei pressi di Mistretta, dove tra una rigogliosa vegetazione scorre il torrente Romei. Lì l'impresa di Presti stava costruendo un muro di contenimento del pendio e, in basso, dove il cemento è lambito dall'acqua e dai sassi, costruisce una sorta di sepoltura antica, come se lì il segreto della vita avesse dimora e l'unico modo per trovarlo fosse quello di inoltrarsi in un lungo e basso corridoio che porta al Luogo. Quest'opera per Presti doveva rimanere celata agli occhi di tutti, per essere essa stessa clandestina, un grande segreto custodito dalla Madre Terra; lì dentro doveva esservi imprigionata tutta l'energia creativa che ha fatto nascere "Fiumara". Così Presti si mette in cerca dell'artista giusto e bussa a molte porte prima di approdare nel 1988 a Nagasawa, senza sapere ancora della meravigliosa coincidenza di un nome che in giapponese significa "uomo del torrente". L'ombra della morte, che assedia il giovane siciliano in cerca di un'ancora per la propria inquietudine, accompagna con naturalezza da sempre "l'uomo del torrente" che, come ogni vero sopravvissuto, non la teme: è già morto e rinato molte volte tanti anni prima su quella banchina di un porto cinese, dove ha consumato tutto il suo bagaglio di paura, e da allora la vita, che avrebbe potuto non essere, è stata in prima istanza un regalo. Ma, è proprio quel cerchio d'ombra, che il linguaggio dell'arte trascende e sottende, a rendere possibile l'incontro e lo scambio. Quando Nagasawa viene in Sicilia riconosce in quell'anfratto di paesaggio un luogo dell'anima, e nel segreto andito di cemento non vede, come tutti gli altri, soltanto una tomba, bensì un possibile spazio della vita e soprattutto l'approdo della barca che si porta dentro come un salvacondotto e un talismano . 
Il segreto di "Stanza di Barca d'oro" stava nel suo mistero velato agli occhi di tutti: una volta inaugurata doveva essere vista dai presenti e poi chiusa e interrata per sempre, e regalare un tesoro alla terra che gelosamente lo avrebbe protetto, ma questo non fu immediatamente possibile, perché il giorno della sua inaugurazione le autorità vietarono il procedimento della sua chiusura, dal momento che si stava occultando il corpo del reato; Presti infatti era stato denunciato per costruzione abusiva della stanza, per questo motivo l'opera rimase incompiuta fino al 16 giugno 2000 quando, nel giorno della manifestazione "Devozione alla Bellezza", "Stanza di Barca d'oro" riuscì finalmente a congiungersi con la terra; a quel periodo risale il Testamento morale per la chiusura dell'opera di Nagasawa scritto dallo stesso Presti, che ha voluto donare l'alterità dell'arte ai soprusi fatti all'arte stessa, con queste parole:
"Nell'anno 2000 del giorno 16 giugno, Io, Antonio Presti, in questo mio testamento manifesto la volontà di concludere un ciclo della Fiumara d'Arte con la chiusura dell'opera 'Stanza di Barca d'Oro' del mastro Nagasawa, situata nel territorio della valle dei Nebrodi, in contrada Romei nella provincia di Messina.
La 'polis' di questo dono non potè riceverne la gioia, il piacere, la luminosità e la forza, perché una parte di essa, degenere nella 'politica' dei bolli e dei falsi reati, lo impedì il giorno 25 giugno 1989.
Ma noi, a quel sigillo di abuso apponiamo il sigillo del nostro pensiero per consegnare agli uomini di domani la forza dell'arte che è nel suo essere innocente.
Oggi, la mia volontà è di sigillare l'opera per consegnare alla storia il pensiero di coloro che hanno scelto la BELLEZZA per nutrimento come atto di 'devozione all'universo'.
Mi impegno a vita a tutelare l'esistenza, l'idea, il significato di quest'opera e chiedo ai testimoni presenti di fare rispettare questa mia volontà finchè essi vivranno.
Nello stesso tempo nego la presenza a quella Politica che non ha saputo e/o voluto capire, premiare e rispettare l'Arte e la Cultura, e dico all'uomo delle future generazioni di tenerla lontana anche 'domani' se essa non avrà cambiato radicalmente i suoi connotati.
Oggi si conclude un ciclo di Fiumara d'Arte con la promessa di tutelarne e proteggere l'esistenza. Nel segno della Barca d'oro del maestro Nagasawa, apriremo, nel territorio di Catania, un nuovo ciclo dove la BELLEZZA sarà ancora una fonte preziosa di nutrimento per quegli uomini e quelle donne che avranno sempre la gioia di accoglierne lo spirito."
Testamento che, una volta timbrato e firmato davanti al notaio, ne furono fatte due copie, una da porre all'interno di "Stanza di Barca d'Oro" per le future generazioni, e, l'altro da mandare al Presidente della Repubblica come allegato ad una lettera di donazione delle opere della Fiumara d'Arte:
"Illustre Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi,
circa quindici anni fa, alla morte di mio padre, imprenditore siciliano, io, Antonio Presti, iniziai a costruire un museo all'aperto nella valle dei Nebrodi, museo che si compone di sette megasculture dei Maestri dell'arte contemporanea. Stante che esse poggiano su terreno demaniale, le donai allo stato.
Dopo tanti anni lo Stato, nelle sue strutture periferiche, ha mostrato di tenere in nessun conto il gruppo di sculture che in virtù della loro bellezza valorizzano un tessuto ambientale, sociale e politico molto trascurato dalle istituzioni.
Oggi le sculture, ancora vive nella loro imponenza, languono dimenticate e rovinate dall'usura del tempo, mentre avrebbero bisogno di un vigoroso restauro.
Stanco di sottoporre il problema ai rappresentanti di una classe politica svogliata e indifferente, il giorno 16 giugno 2000 (senza la loro presenza) ho sigillato l'opera del maestro giapponese Nagasawa 'La stanza di Barca d'Oro', secondo il progetto concepito dall'artista. Si chiude così il primo ciclo di 'Fiumara d'Arte'.
Per dare forza a questa operazione ho stilato un testamento morale controfirmato da critici d'arte, intellettuali, giornalisti di grande prestigio nazionale e internazionale presenti all'evento e legittimato da un notaio.
Lo affido a Lei.
Ed eccomi all'appello. Io, Antonio Presti, chiedo a Lei Presidente di accettare simbolicamente la proprietà del museo 'Fiumara d'Arte' e di porre in essere gli opportuni meccanismi che servano a tutelare questo patrimonio, affinchè vinca la bellezza dell'arte come atto di devozione all'universo.
Certo di una Sua cortese risposta, Le auguro ogni bene.'
Con questo atto terminava il primo ciclo di Fiumara d'Arte.


Eva di Stefano racconta la sua visita all'interno della stanza, prima che iniziasse il suo viaggio nel silenzio, e quindi trasporto in questo testo le sue sensazioni, nel momento in cui entra in quel luogo carico di spiritualità e energia vitale: "Non era facile arrivarvi. Le indicazioni sulla cartina erano approssimative e, mentre il pomeriggio avanzava, ci perdemmo sulle strade dei Nebrodi prima di scoprire la via laterale che portava in contrada Romei. C'era un piccolo ponte sulla destra, ci avevano detto che era là che bisognava fermarsi. Il ponte conduceva all'altra sponda del torrente, dove l'acqua scorreva gagliarda sui sassi nonostante il principio d'estate, e non c'era altro modo di avvicinarsi all'ingresso della stanza che quello di strisciare sotto una recinzione di filo spinato e guadare a piedi nudi il corso d'acqua badando a non scivolare. Affrontammo il percorso accidentato con lo strano sentimento che quel bilanciarsi sui sassi malsicuri non fosse che un esercizio spirituale preparatorio. C'era infatti qualcosa di singolare in quell'angolo riparato dal mondo, dove il silenzio era animato solo dal suono d'acqua e di foglie: una sospensione, un soffio antico, forse l'aleggiare di una remota carezza. Sembrava che null'altro più esistesse se non quel recinto sacro e noi due incerti tra l'acqua e i sassi. Non si parlava quasi, perché in quel posto ogni parola pareva superflua, semplicemente ci si sentiva come rimpatriati ed era scattata tra noi la fraternità profonda degli esuli, anche se non avremmo saputo definire né la nostra patria né il nostro esilio, né il motivo per cui quel luogo estremo tra le montagne, una piccola gola senza panorama, ci apparisse protettivo come un grembo. Quando arrivammo all'ingresso seminascosto del muro, accendemmo la candela che ci avevano fornito come viatico all'Atelier sul mare, l'albergo che Presti aveva creato a Castel di Tusa, e ci inoltrammo a testa bassa e con un po' di apprensione nella notte del corridoio che portava alla stanza. Le pareti, il pavimento e il soffitto erano rivestiti di lastre di ferro scuro che la ruggine aveva cominciato ad attaccare, e così anche tutta la stanza dove invece si poteva rialzare la testa mentre gli occhi cominciavano ad abituarsi al buio. Nessun suono proveniva più da fuori e lì dentro anche il nostro silenzio aveva acquistato un misterioso spessore, ci si sentiva sicuri e disorientati al tempo stesso, senza capire più dov'era l'alto o il basso, la destra o la sinistra. E intanto nella luce oscillante della candela brillava il profilo dorato di una barca rovesciata e appesa al soffitto, non una vera barca, ma la sua essenza, la linea della chiglia, dei bordi e del timone, una barca smaterializzata che solcava il cielo scuro della stanza come una culla divina collegata alla terra da una sottile colonna di marmo rosso. E attorno a quell'albero di corallo la stanza sembrava lievemente ruotare mentre lo spettro lucente della barca galleggiava là in alto: quell'albero era l'unico punto fermo, l'orientamento, axis mundi, la vena entro cui scorreva tra cielo e terra il fluido della vita. Il suo colore sembrava indicare la rubedo alchemica, lì dentro probabilmente accadeva quella trasformazione incessante che culmina nell'oro filosofale, e il mistero della barca ci apparve più profondo di ciò che attendevamo. Sentimmo di essere in presenza di qualcosa che era di più di una scultura, aveva a che fare con una dimensione della nostra anima, e ciascuno di noi protesse nel silenzio il pudore della propria emozione, mentre all'odore di ferro e di umido sembrava mescolarsi un'altra essenza indecifrabile, un alito misterioso che più tardi avremmo chiamato "il profumo del tempo". Se sul torrente avevamo condiviso serenità e trepidazione, lì dentro eravamo invece soli con noi stessi, eppure non fu facile staccarsi da lì e tornare all'aperto. Sulla via del ritorno un tramonto incandescente sul mare prolungò il senso di irrealtà, così solo gradualmente rientrammo nella provvisorietà quotidiana. Di ciò che avevamo sentito non parlammo, non esistevano parole adeguate, ma prima di andare ciascuno per la propria strada spezzammo quello che era rimasto della candela in due, a ciascuno un pezzo per ricordare" .


La stanza di barca d'oro (1990) Hidetoshi Nagasawa


Notiamo un forte richiamo alla vita, alla spiritualità profonda esistente in ogni uomo; il concetto della barca è radicata nel pensiero di Nagasawa, diventa espressione incontenibile di energia perché racchiude una vita, la sua; fin dalla sua infanzia aveva timore e attrazione per la barca, che conteneva in sé un significato ambivalente: vita e morte. Attraverso di essa si poteva raggiungere la salvezza o diventava la morte, era il principio o la fine, il grembo materno col suo cullare o la spaventosa barca di Caronte che trasporta le anime nell'al di là. Per l'artista significava bellezza e timore, dal momento che da bambino abitava in un paesino in Giappone che spesso, in inverno, soffriva le inondazioni e allora tutti, nelle loro case avevano una barca appesa al soffitto; e quando le acque coprivano tutto e portavano via le case di legno e carta, il mondo sembrava fermarsi in un tempo indeterminato, il luogo diventava irriconoscibile, come essere rinchiusi in una bolla, e lì dentro non bisognava far altro che aspettare.
Ecco il tempo-zero, tutto racchiuso nell'esile profilo di una barca: "quando mi sono detto che avrei voluto chiarire questo concetto del tempo, ho detto barca. Poi ho portato fino a qua questa barca, nella stanza sul fiume" . Il tempo-zero si sottrae da ogni temporalità, è il momento della creatività individuale e cosmica: "Penso che ogni cosa, le pietre, il cosmo, vive come noi che andiamo a letto la sera e ci svegliamo la mattina. L'arco del tempo è differente, ma il ritmo è il medesimo. Forse anche il cosmo ha momenti di risveglio e momenti di sonno, e forse tra i due momenti si inserisce il dormiveglia. Secondo me il dormiveglia è un momento altamente creativo per il cosmo, che io credo sia nato in quel momento" . 
La "Stanza di Barca d'oro" racchiude l'eternità di questo spazio-zero e ce la mostra, nel suo perenne manifestarsi, facendoci vivere in un eterno momento creativo, intuendo l'Origine e la Fine che si incontrano in un medesimo punto… Nagasawa ci spiega: "Ho portato la barca in questo spazio sul fiume staccato da qualsiasi altra realtà, volevo infatti creare un'altra realtà indipendente e chiusa, dove non passasse la luce né ci fossero collegamenti con l'esterno, così che dentro la stanza ogni categoria e ordine abituale fossero privi di senso, né destra o sinistra, né alto o basso. Ho concepito la stanza come un luogo del galleggiamento, come un viaggio in un universo indipendente".
E' stato un viaggio nel tempo fermo anche quello di "Stanza di Barca d'oro"; nel momento in cui i lavori sono stati interrotti è entrata in quel tempo-zero che essa stessa vuole raccontare; un aspettare immobili che la situazione torni scorrere come prima del disastro e che la vita possa andare avanti, fino a quando ritorni la piena e così via. Il tempo per questa stanza ha ripreso a scorrere nel 1999, quando finalmente le ha permesso di riprendere il suo viaggio verso la Madre Terra, e da quel momento per la "Stanza di Barca d'oro" è cominciato ancora il tempo-zero del grembo materno. 
Già il titolo fa della barca un personaggio, come la figura di un mito e di una leggenda antica a cui quello spazio appartiene come una regale dimora. Uno spazio dove l'essere è reso alla profondità del suo mistero che deve restare inaccessibile, chiuso come la sepoltura di un faraone. L'opera incompiuta è rimasta invece per undici anni in balia di ogni profanazione e travisamento, solo adesso è giunto il tempo di chiudere e consegnare Barca d'oro alla terra affinchè possa iniziare il suo viaggio. Barca d'oro si sottrae alla nostra vista, ma nello stesso momento, essa ritorna visibile a Catania, in un luogo distante e parallelo dove le barche luminose di Nagasawa galleggeranno come vere imbarcazioni sull'acqua, a sottolineare la continuità e l'eternità dell'idea. "Chiudere" infatti è un atto poetico che significa "aprire" .
Dice lo stesso artista:" L'invisibile fa capire tante cose, anche quando il vedere sia un atto complesso e diversificato. Tanti artisti hanno lavorato sull'invisibile, magari non sono stati capiti in questo senso, o loro stessi hanno nascosto questa cosa. Per me la scultura ha a che fare con l'invisibile, io lavoro sulla parte che non può essere vista, su quell'energia che si può solo sentire, ma che è il vero senso di una forma… In Stanza di Barca d'oro c'è la mia concezione dell'arte come realtà dell'invisibile. A me non interessava che qualcuno entrando dicesse semplicemente 'che bello', bisognava che la camera fosse chiusa completamente e intatta, senza ruggine il rivestimento di metallo delle sue pareti, in condizioni perfette per iniziare il suo viaggio fuori dal tempo. I materiali ovviamente non sono eterni, anche se nell'oro della barca c'è questa luce d'eternità, è l'idea però - l'anima - che è eterna. La stanza si nega alla vista, ma così si apre alla sensibilità. Io penso che una persona sensibile avvertirà in questo luogo, anche senza saperlo preventivamente, una presenza sotterranea che esiste, un'energia speciale che non è quella di un fantasma, perché non dobbiamo dimenticare che la stanza continuerà ad esistere davvero, a vivere come entità fisica. Io credo che possa essere sentita, così come i rabdomanti sentono la presenza dell'acqua o come si può sentire il profumo di fiori che non si vedono" .

Lungo la strada provinciale che porta a Mistretta, da percorrere se si vuole arrivare al torrente Romei e alla "Stanza di Barca d'oro", si costeggia un muro rivestito da ceramiche: "Muro della vita". Nella tradizione di Santo Stefano di Camastra l'arte della terra e del fuoco è fortemente radicato fin dall'antichità e in questo modo il richiamo alla vitalità delle tradizioni si fa sentire; la stessa forza viene manifestata in "Arethusa", anche qui un muro di cemento inizialmente grigio, si sbizzarrisce in altri colori; la caserma dei carabinieri di Castel di Lucio, viene assalita dalle forti tonalità dei colori della ceramica. Anche in questo caso la decorazione della caserma è avvenuta con elementi in ceramica colorata, e gli artisti che hanno interagito con la struttura sono Piero Dorazio, figura storica dell'astrattismo italiano, e Graziano Marini intervenendo sulla costruzione con lo stesso atteggiamento edonistico degli antichi che tempestavano di colori e forme le facciate delle loro case e dei loro templi.
Interessante è vedere in questo caso come l'arte acquisti una funzione di utilità, affinchè la bellezza faccia il suo ingresso in tutti gli ambiti, anche i più impensabili; il "Muro della vita" inizialmente era un muro di contenimento posto sul bordo della strada che costeggiato in macchina manteneva il suo anonimato, allora si è pensato di rendere vivace e leggiadro quel blocco di cemento così triste, data anche dal suo movimento continuo, orizzontale e monotono, per metri e metri. Sono bastati dei colori e dei motivi figurativi e astratti, per rendere tutto più leggiadro e piacevole: il muro sottende alle sue mansioni di protezione e contemporaneamente diventa opera d'arte, e quindi guardato e visitato da tutti per la sua valenza artistica come anche la caserma dei carabinieri. 
Per dare vita a questo muro, che misura circa ottanta metri in lunghezza e trenta in altezza, Presti ha invitato i migliori ceramisti italiani e stranieri a produrre un'opera da inserire nel muro grigio, per poter avvicinare gli artisti ceramisti agli artigiani che operano in quella zona, trovando un punto d'incontro fra i due modi di intendere il fare artistico.
Dal momento che la figura dell'artista non può più contare sulla sola presenza del collezionista o del mercante ed è andata quasi a sparire quella del mecenate, a questo punto l'opera d'arte entra a far parte del quotidiano e nella città, per abitare spazi che altrimenti rimarrebbero vuoti, anche se magari utili, creando tanti punti morti a cui solo il colore, la forma, la vitalità possa dare di nuovo vita. Io credo che in questo punto risiede l'importanza di "Fiumara d'arte", e in tutti i musei all'aperto esistenti, nel voler dare vita alla vita tramite la scultura che si va ad inserire nei contesti urbani rendendo più piacevole il vedere, per dare nuova educazione all'occhio altrimenti stanco per le troppe immagini che la televisione gli propina. Il godimento estetico di una scultura permette all'individuo di fermarsi e ammirare, per poter avere un momento di dialogo con la propria interiorità, altrimenti resa muta dalle influenze esterne, dando anche alla città la possibilità di diventare essa stessa, opera d'arte.

Nel 1990 il mecenate offeso e silenzioso, dalle polemiche dalle quali è stato travolto, si è ritirato a Castel di Tusa, un delizioso villaggetto in riva al mare, a pochi chilometri da Fiumara d'Arte. Ha comprato un albergo di 45 stanze, lo ha sventrato e ha affidato l'arredo di ogni stanza a un artista.

 

 

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Tesi di laurea e studi
sulla Fiumara d'Arte
Storia della Fiumara
Nagasawa
La barca dell'invisibile
Consagra
La materia poteva non esserci
 L'appello
al Presidente
della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi
 

 

     

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