Progetto generale Fiumara d'Arte
2004-2005
Realizzazione
del Museo fotografico all'aperto di Librino
2003-2004
2002
Un chilometro
di tela per Librino
2001


1ª Edizione
Casa degli Artisti

2ª Ed. Casa dei Poeti
3ª Ed. EXTRAordinario

Piano di zona
I quartieri
Istituzioni
Emergenze
Fiumara d'Arte: utopia della fiumara d'arte


L’UTOPIA DELLA FIUMARA D’ARTE

Incontro

"Un giovane ricco sa che morirà/ egli crea bellezza/ e mi domanda perché/ Io, anch'io sto morendo…": sono alcuni dei versi scritti da Gregory Corso per Antonio Presti, il giovane imprenditore siciliano che nel 1986 inizia a donare opere d'arte al paesaggio della Fiumara di Tusa, come altrettanti luoghi di culto della bellezza, che è quella del segno umano dell'arte e insieme quella dell'ampia vallata, della forza aspra delle montagne, dei piccoli paesi arrampicati sui costoni, di una visione dall'alto di vastità dove l'occhio si perde fino a incontrare il mare. E' inizialmente un esorcismo, un pegno da pagare alla morte, che si trasforma in un percorso di vita.

In un luogo laterale rispetto alla grande fiumara a secco da secoli, una piccola gola riparata dai tragitti consueti, nei pressi di Mistretta, dove tra una vegetazione rigogliosa scorre il torrente Romei, Presti che con la sua impresa realizza il muro di contenimento del pendio vi aggiunge, in basso dove il cemento è lambito dall'acqua e dai sassi, una cella a cui si accede da un lungo e basso corridoio, come una sepoltura antica. Sta giocando ancora la sua partita contro la morte, e, catturato dall'energia misteriosa  di questo luogo, forse vi immagina la propria stessa tomba. Ma nelle sue intenzioni anche quello spazio ricavato a margine deve diventare arte, e proprio perché clandestina e celata alla vista l'opera deve essere concepita come il cuore segreto, il motore generatore dell'energia che presiede all'intera Fiumara. Così Presti si mette in cerca dell'artista giusto e bussa a molte porte prima di approdare nel 1988 a Nagasawa, senza sapere ancora della meravigliosa coincidenza di un nome che in giapponese significa "uomo del torrente".

L'ombra della morte, che assedia il giovane siciliano in cerca di un'ancora per la propria inquietudine, accompagna con naturalezza da sempre  l'"uomo del torrente" che, come ogni vero sopravvissuto, non la teme: è già morto e rinato molte volte tanti anni prima sulla banchina di un porto cinese, dove ha consumato tutto il suo bagaglio di paura,  e da allora la vita, che avrebbe potuto non essere, è stata in prima istanza un regalo. Ma, è proprio quel cerchio d'ombra, che il linguaggio dell'arte trascende e sottende, a rendere possibile l'incontro e lo scambio. Quando Nagasawa viene in Sicilia riconosce in quell'anfratto di paesaggio un luogo dell'anima, e nel segreto andito di cemento non vede, come tutti gli altri, soltanto una tomba, bensì  un possibile spazio della vita e soprattutto l'approdo della barca che si porta dentro come un salvacondotto e un talismano.

Il 24 giugno del 1989 si inaugura la Stanza di Barca d'oro, nata per essere chiusa, ma l'operazione  di chiusura e interramento viene ostacolata dalle autorità che denunciano il tentativo di occultamento del corpo del reato. Viene avviato un procedimento giudiziario per la costruzione abusiva della stanza. L'opera così fino ad oggi è rimasta incompiuta.

Visita

Non era facile arrivarvi. Le indicazioni sulla cartina erano approssimative e, mentre il pomeriggio avanzava, ci perdemmo sulle strade dei Nebrodi prima di scoprire la via laterale che portava in Contrada Romei. C'era un piccolo ponte sulla destra, ci avevano detto che era là che bisognava fermarsi. Il ponte conduceva all'altra sponda del torrente, dove l'acqua scorreva gagliarda sui sassi nonostante il principio d'estate, e non c'era altro modo di avvicinarsi all'ingresso della stanza che quello di strisciare sotto una recinzione di filo spinato e guadare a piedi nudi il corso d'acqua badando a non scivolare. Affrontammo il percorso accidentato con lo strano sentimento che quel bilanciarsi sui sassi malsicuri non fosse che un esercizio spirituale preparatorio. C'era infatti qualcosa di singolare in quell'angolo riparato di mondo, dove il silenzio era animato solo dal suono d'acqua e di foglie: una sospensione, un soffio antico, forse l'aleggiare di una remota carezza. Sembrava che null'altro più esistesse se non quel recinto sacro e noi due incerti tra l'acqua e i sassi. Non si parlava quasi, perché in quel posto ogni parola pareva superflua, semplicemente ci si sentiva come rimpatriati ed era scattata tra noi la fraternità profonda degli esuli, anche se non avremmo saputo definire né la nostra patria né il nostro esilio, né il motivo per cui quel luogo estremo tra le montagne, una piccola gola senza panorama, ci apparisse protettivo come un grembo. Quando arrivammo all'ingresso seminascosto nel muro, accendemmo la candela che ci avevano fornito come viatico all'Atelier sul mare, l'albergo-museo che Presti  aveva creato a Castel di Tusa, e ci inoltrammo a testa bassa e con un po' di apprensione nella notte del corridoio che portava alla stanza. Le pareti, il pavimento e il soffitto erano rivestiti di lastre di ferro scuro che la ruggine aveva cominciato ad attaccare, e così anche tutta la stanza dove si poteva invece rialzare la testa mentre gli occhi cominciavano ad abituarsi al buio. Nessun suono proveniva più da fuori e lì dentro anche il nostro silenzio aveva acquistato un misterioso spessore, ci si sentiva sicuri e disorientati al tempo stesso, senza capire più dove era l'alto e il basso, la destra o la sinistra. E intanto nella luce oscillante della candela brillava il profilo dorato di una barca rovesciata e appesa al soffitto, non una vera barca ma la sua essenza, la linea della chiglia, dei bordi e del timone, una barca smaterializzata  che solcava il cielo scuro della stanza come una culla divina collegata alla terra da una sottile colonna di marmo rosso. E attorno a quell'albero di corallo la stanza sembrava lievemente ruotare mentre lo spettro lucente della barca galleggiava là in alto: quell'albero era l'unico punto fermo, l'orientamento, axis mundi, la vena entro cui scorreva tra cielo e terra il fluido della vita. Il suo colore sembrava indicare la rubedo alchemica, lì dentro probabilmente accadeva quella trasformazione incessante che culmina nell'oro filosofale, e il mistero della barca ci apparve più profondo di ciò che attendevamo. Sentimmo di essere in presenza di qualcosa che era  più di una scultura, aveva a che fare con una dimensione della nostra anima, e ciascuno di noi protesse nel silenzio il pudore della propria emozione, mentre all'odore di ferro e di umido sembrava mescolarsi  un'altra essenza indecifrabile, un alito misterioso che più tardi avremmo chiamato "il profumo del  tempo". Se sul torrente avevamo condiviso serenità e trepidazione, lì dentro eravamo invece soli con noi stessi, eppure non fu facile staccarsi da lì e tornare all'aperto. Sulla via del ritorno un tramonto incandescente sul mare prolungò il senso di irrealtà, così che solo gradualmente rientrammo nella provvisorietà quotidiana. Di ciò che avevamo sentito non parlammo, non esistevano parole adeguate, ma prima di andare ciascuno per la propria strada spezzammo quello che era rimasto della candela in due, a ciascuno un pezzo per ricordare.

Sequestro

 Ci sono ceste di frutta e di fiori sul torrente il 24 giugno del 1989. L'attrice Maria Monti, accompagnata dalle musiche composte da Sona Ardontz, recita e canta l'antico testo della Tavola Smaragdina attribuita a Ermete Trismegisto: "Ciò che è in alto è come ciò che è in basso, e ciò forma il miracolo di una cosa sola…Il sole è suo padre. La luna è sua madre. Il vento l'ha portato nel suo ventre e la terra è la sua nutrice…"  Sulla strada sono già pronti i camion pieni di terra da gettare sull'argine di cemento per coprire per sempre la stanza e consegnare il suo cuore di energia alla natura. Ma il rito viene bruscamente interrotto da un messo della pretura di Mistretta che sequestra l'opera per impedire "l'occultamento del corpo del reato", ovvero l'abuso edilizio. Ha inizio la vicenda giudiziaria della Fiumara, una vicenda per diversi aspetti paradossale che coinvolge Presti per alcuni anni in processi e condanne, amnistie, assoluzioni, e che vede schierati al suo fianco la stampa internazionale, artisti e intellettuali, tra cui perfino l'illustre Federico Zeri in genere poco tenero nei confronti dell'arte contemporanea, mentre le istituzioni restano incapaci di trovare una soluzione e di avviare una sanatoria che acquisisca come pubblico patrimonio le opere d'arte disseminate lungo la valle e le montagne, e già regolarmente donate con rogito notarile ai comuni di pertinenza. Ma non può essere donato ciò che è un frutto di reato, e il giovane Parsifal, il "puro folle" che, contraddicendo ogni regola del buon senso, ha speso di tasca sua per donare alla collettività, resta ingramagliato nella stretta della burocrazia e della giustizia, pur continuando a battersi per il proprio sogno: trasformare un territorio negletto ed economicamente depresso in un luogo dove l'arte ritrovi la sua verità, senza essere merce, e attraverso di essa l'uomo possa riscoprire il paesaggio e insieme se stesso.

Si era già avuta un'avvisaglia di quanto sarebbe accaduto all'epoca dell'inaugurazione della prima scultura di Fiumara, La materia poteva non esserci di Pietro Consagra, quando il sindaco di Tusa, che interviene alla manifestazione insieme a tutti i sindaci della zona e pronuncia un discorso lodando la generosità e il coraggio di Presti nell'aprire nuove prospettive alla valle con un museo a cielo aperto, manda negli stessi giorni un'ordinanza di sospensione dei lavori, perché senza concessione edilizia. Da allora ogni inaugurazione è una passerella di amministratori e politici che lodano e promettono senza mai giungere a un atto concreto o a un'assunzione di responsabilità nei confronti delle opere, senza  rendersi veramente conto del loro valore anche come volano economico per l'intera zona.

A scatenare nel 1989 la crociata è l'architetto Gesualdo Campo, direttore della sezione per i beni paesistici, architettonici e urbanistici della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina, che denuncia la Fiumara per abuso edilizio e occupazione del suolo demaniale, violazione della Legge Galasso sulla protezione ambientale, e accusa le opere "di essere avulse per area culturale di appartenenza (arte concettuale) dal contesto in cui sono inserite e di mortificare l'opera di secolare appaesamento culturale svolta sul territorio". Definisce l'intera operazione "incompatibile con i pubblici interessi" e, dopo un sopralluogo, considera la Stanza di Barca d'oro una semplice unità edilizia abusiva agli effetti di legge analoga a un'abitazione.

Nella lunga querelle l'architetto Campo, che dal canto suo autorizza con facilità nella provincia l'erezione di statue del papa ed eventualmente di Padre Pio, e che incorre nell'errore di definire "concettuale" ciò che è semplicemente non figurativo e che nella sua fisicità nulla ha in comune con la definizione e la corrente dell'"arte concettuale", interpreta la parte del burocrate integerrimo e pignolo teso a far rispettare le leggi e perciò in guerra contro l'anarchia del mecenate "fuorilegge".

E per quanto l'ostinazione del funzionario anti-arte appaia quanto meno grottesca in un contesto contrassegnato dallo scempio edilizio della costa e dei paesi e dal saccheggio abituale di chiese cinquecentesche e monumenti storici, perpetrati regolarmente nell'indifferenza, quando non complicità, delle istituzioni, va detto che l'abuso da parte di Presti c'era stato, e che la realizzazione delle sculture, anche se ogni volta regolarmente autorizzata dai singoli comuni, non aveva seguito la normale prassi burocratica. Può del resto un sogno assoggettarsi ai tempi lunghi e ai dinieghi della burocrazia, finire in un ufficio tra le carte e le "anime morte" come in un racconto di Gogol?

In realtà la questione di fondo, provocata dall'azione di Presti, era complessa, metteva in gioco la stessa natura e definizione dell'arte, e necessitava di risposte altrettanto complesse, più che di atti giudiziari. Come conciliare il diritto, la regola d'ordine che deve valere per tutti, con l'arte che è valore di libertà proprio in quanto infrazione dell'ordine, rottura degli schemi, insofferenza alla regola? E se la norma nasce per organizzare i rapporti esistenti, in che modo è conciliabile con l'arte, che nella sua qualità è sempre tesa ad oltrepassare l'esistente e a immaginare altre possibilità? Come salvaguardare il rispetto della legislazione vigente e contemporaneamente l'altro diritto, quello alla libera espressione artistica? E, d'altra parte, se la  legge non prevede in modo chiaro la possibilità di opere non funzionali sul territorio a quale normativa fare riferimento, qual'è lo strumento orientativo per definire l'"appaesamento" di una scultura?  L'arbitrio dell'arte va considerato e punito alla stessa stregua dell'arbitrio speculativo di un costruttore senza scrupoli? Una scultura può essere equiparata a una costruzione edilizia di cui stabilire la cubatura? La commissione edilizia è un organo adeguato ad accertare la sua regolarità? Perché la soprintendenza, pur senza chiudere gli occhi sulla trasgressione perpetrata, non ha preso in considerazione neanche per un attimo la statura degli artisti coinvolti? Tutela dell'ambiente equivale ad evitare la sua valorizzazione con la creazione di luoghi privilegiati di osservazione del paesaggio?

Perché procedere ad ordini di demolizione anziché alla confisca, che avrebbe fatto passare allo stato la proprietà delle opere già su suolo pubblico, rendendo in questo modo effettiva la loro donazione? Perché non fu mai varata la promessa sanatoria, di cui il governo regionale è così prodigo ove si tratti di complessi abitativi, alberghi e villette che deturpano i luoghi più belli dell'isola? Ma  sarebbe stato dopotutto davvero giusto applicare alle opere della Fiumara il condono edilizio quasi che si trattasse di Gela, che nessun condono potrà mai rendere meno brutta?

Quelle opere erano perturbanti - questa è la verità - perché gratuite, e in questa insensata dichiarazione a cielo aperto di non appartenenza, di non sottomissione al regime della politica, del guadagno e dell'utile, stava il loro scandalo. Nessuno avrebbe sollevato una questione per i grandi viadotti delle autostrade e delle superstrade, che violentavano il paesaggio con svincoli le cui dimensioni e volute apparivano a volte eccessive e pretestuose. Ma già, quelle erano in regola con la legge, e soprattutto erano funzionali.

"Sì, un abuso c'è stato, - dice Presti - ma non è stato abuso di materia, ma un abuso di idea, di posizione etica rispetto alla società. Cosa hanno potuto incriminare uomini al servizio della materia? Solo l'oggetto, il cemento, l'idea è comunque rimasta intatta, anche nel segno della violenza e della demolizione non si poteva infatti decretarne la fine".

Cronistoria

La Fiumara di Tusa è il letto di un antico fiume che un tempo lontano scorreva tra i monti Nebrodi per ventuno chilometri fino all'antica Halesa, un fiume secco e solo d'inverno a carattere torrentizio in un paesaggio che alterna pietrosa desolazione a tratti di vegetazione rigogliosa, e che laddove ci si inerpichi offre scorci straordinari tra le montagne ampie e il mare in lontananza.

L'idea di "Fiumara d'Arte" nasce nel 1982, quando l'improvvisa morte del padre impone ad Antonio Presti di interrompere una giovinezza spensierata, gli studi di ingegneria, tornare a Tusa e assumere la direzione del cementificio paterno. Gravato di responsabilità e scosso dalla perdita e dall'impatto con la morte, Presti, che già colleziona arte contemporanea, pensa di dedicare un monumento alla memoria del padre e si rivolge allo scultore Pietro Consagra, che ha già realizzato opere di grandi dimensioni a Gibellina, ricostruita dopo il terremoto del '68  e trasformata dal suo sindaco Ludovico Corrao in città d'arte. Immagina fin da subito di non farne un semplice fatto privato, una stele del proprio giardino, ma di donare la scultura alla collettività, e pensa di collocarla alla foce della fiumara, un paesaggio caro alla sua infanzia e dove il padre ha percorso la sua vita. Il progetto muta presto di segno e diventa più ampio, e per quanto gli operai della sua azienda attendano alla costruzione dell'enorme scultura astratta nella convinzione che si tratti di due mani giunte in preghiera,  Presti già  immagina di dar vita a un parco di sculture che coniughi il linguaggio contemporaneo all'aspra bellezza dei luoghi.

L'inaugurazione della scultura di Consagra, il 12 ottobre 1986, coincide con l'annuncio del museo a cielo aperto, tra il consenso dei sindaci del comprensorio intervenuti tra le tante autorità alla manifestazione. Per cautela però, il sindaco di Tusa invia, come si è detto, su segnalazione della Soprintendenza di Messina un'ordinanza di sospensione dei lavori.

Intanto Presti ha già contattato un altro scultore, Paolo Schiavocampo, al quale commissiona una scultura da porre al bivio tra la strada che porta a Castel di Lucio e una vecchia strada di campagna, e la allega come arredo urbano, da lui finanziato, al progetto di rifacimento stradale di cui è incaricata la sua impresa.

E ha coinvolto anche il pittore Tano Festa, di cui scopre durante una visita il bozzetto di  Monumento per un poeta morto, dedicato al fratello Francesco Lo Savio, che decide di realizzare in dimensioni monumentali sul lungomare di Margi, tra l'entusiasmo dell'artista già sofferente e il consenso del Comune di Reitano, che autorizza con una delibera la costruzione per l'alta fama dell'artista e la valorizzazione del territorio con un'opera, interamente a spese del proponente. 

L'opera di Schiavocampo dal titolo suggestivo, Una curva gettata alle spalle del tempo, viene inaugurata il 30 gennaio 1988, in concomitanza con un concorso di scultura riservato ad artisti sotto i quarant'anni, bandito da Presti e per il quale ha raccolto una giuria internazionale composta da Manfred Fath, direttore del Museo di Mannheim, Oriol Bohigas, celebre architetto spagnolo, Elisabeth Gall, urbanista di Barcellona, Hélène Lassalle della Direzione dei musei francesi, Giovanni Joppolo, direttore a Parigi della rivista d'arte Opus International, Lucia Matino del PAC di Milano, il critico messinese Lucio Barbera e l'architetto Patrizia Merlino. 55 i bozzetti arrivati, vengono prescelti quelli del siciliano Carlo Lauricella, che poi non sarà realizzato a causa dell'opposizione del Comune di Santo Stefano di Camastra dove avrebbe dovuto essere posizionato, quello di  Antonio Di Palma (Firenze) e quello di Italo Lanfredini (Mantova).

L'opera di Festa ribattezzata Finestra sul mare si inaugura invece il 24 giugno del 1989, dopo la morte dell'artista l'anno precedente, insieme all'opera di Nagasawa sul torrente Romei,  a Energia mediterranea di Antonio Di Palma e a Labirinto di Arianna di Lanfredini, di cui nel frattempo è iniziata la realizzazione che terminerà l'anno successivo, la prima in un pianoro presso Motta d'Affermo, la seconda su una panoramica altura nella zona di Castel di Lucio. A quella data risulta invece completata anche Arethusa, la coloratissima decorazione in ceramica di Piero Dorazio con la collaborazione di Graziano Marini della caserma dei carabinieri di Castel di Lucio.

Il battesimo del progetto complessivo della Fiumara d'arte coincide però paradossalmente con il suo arresto.

Del sequestro di Stanza di barca d'oro durante l'inaugurazione si è detto, ma lo stesso giorno viene notificato anche un provvedimento contro Finestra sul mare per occupazione di demanio marittimo e abusivismo edilizio. Contro le opere della Fiumara vengono avviati cinque procedimenti giudiziari e ha inizio l'intricata vicenda processuale che ne blocca di fatto il completamento, che prevedeva anche la realizzazione di opere di grandi maestri come lo spagnolo Chillida, Fausto Melotti e Arnaldo Pomodoro. I sindaci si tirano indietro e Presti viene lasciato solo di fronte alla giustizia, anche se al suo fianco si schiera la stampa e il mondo dell'arte. Parte anche un'interrogazione parlamentare, firmata da Bruno Zevi, Giuseppe Calderini, Massimo Teodori, e Francesco Rutelli, che chiedono al Ministro dei Beni Culturali e Ambientali di "intervenire con la massima urgenza per fare cessare lo scempio e la persecuzione delle autorità locali nei confronti dell'iniziativa di Antonio Presti che ha costituito attorno alla Fiumara di Tusa un nuovo ed eccezionale comprensorio artistico, culturale e paesistico di rilievo internazionale".

Il 2 luglio del 1990 però, Giuseppe Costa, pretore di Santo Stefano di Camastra, condanna Presti alla demolizione dell'opera di Consagra, a quindici giorni di reclusione e a 23 milioni di multa per avere alterato il territorio, per abusivismo edilizio e per avere violato la legge Galasso, di cui la sentenza dà un'interpretazione restrittiva. La scultura comunque non sarà demolita, perché Presti si appella e all'epoca della sentenza di appello della Corte di Messina il reato è caduto in prescrizione.

Intanto però interviene sulla questione l'Assessore regionale ai Beni Culturali Turi Lombardo, che fa un sopralluogo e convoca il 21 luglio una riunione di amministratori locali a Santo Stefano di Camastra dichiarando di volere raccogliere la positiva sfida di Presti cercando una soluzione compatibile con la legislazione vigente per salvare le opere: "Noi uomini politici dobbiamo saper essere interpreti dei sentimenti e delle esigenze culturali delle popolazioni che rappresentiamo e dobbiamo avere la fantasia di escogitare sistemi amministrativi o legislativi capaci di realizzare dette esigenze".

Lombardo nomina una commissione per studiare il modo in cui definire la Fiumara un momento istituzionale della Regione per la promozione dell'arte, promette di varare rapidamente un Ddl regionale. Si profila dunque un contrasto tra amministratori e giudici, e il nocciolo della questione da giuridico si fa sempre più politico, mentre si conviene ufficialmente che le opere della Fiumara non deturpano, ma semmai "sanano" lo scempio del paesaggio operato nei decenni precedenti, nonostante il parere contrario delle Soprintendenza di Messina, arroccata nella sua ostilità. Ma, nonostante le buone intenzioni, l'intervento politico non porta a nulla di concreto e presto scende il sipario.

Il 10 ottobre 1990 il pretore di Mistretta, Nicolò Fazio, assolve Presti per Stanza di Barca d'oro con una interessante sentenza, che dimostra come la sensibilità culturale possa filtrare le norme poste a garanzia del cittadino con quella particolare interpretazione evolutiva che scrive la storia della giurisprudenza: il fatto non costituisce reato, in quanto la stanza nascosta nell'argine non altera lo stato dei luoghi inteso come identità; è escluso il danno alle bellezze paesistiche essendo il concetto di bellezza un dato metafisico difficilmente definibile come lo stesso concetto di arte che sfugge a canoni rigidi di individuazione e per la quale comunque ogni aprioristico rigetto appare arbitrario così come l'unanimità del consenso; il valore dell'opera in questione e del suo messaggio spirituale è sufficientemente supportato dalla critica e dall'opinione pubblica; non è applicabile la legge Galasso in quanto la Fiumara d'arte "si propone la qualificazione artistica e non già la trasformazione urbanistico-edilizia dello scabro comprensorio dei Nebrodi". Ma la Procura di Messina ricorre in appello, unificando successivamente i vari  procedimenti in atto contro Fiumara.

Intanto Presti inaugura nel 1991 l'Atelier sul mare, un albergo a Castel di Tusa, affidando a vari artisti  la realizzazione delle camere. Nagasawa, ad esempio, realizza una stanza rivestita di ottone intitolata Un mistero per la luna. L'albergo diventa presto un singolare museo abitabile, luogo di partenza per le escursioni nella Fiumara, residenza di giovani artisti stranieri, spazio espositivo per artisti siciliani negli anni seguenti. La storia di questo albergo affascinante dove ogni opera d'arte diventa la propria temporanea dimora, si collega dunque allo straordinario percorso della Fiumara costituendo una sorta di romitaggio dei pellegrini dell'arte.

Sempre nel 1991 l'infaticabile mecenate organizza in uno dei paesi della Fiumara, Pettineo, la singolare manifestazione Un chilometro di tela, un'estemporanea di pittura su una tela che attraversa le strade del paese per poi essere tagliata a pezzi e donata agli abitanti le cui case diventano "museo domestico". Accorrono duecento artisti, noti e meno noti, e la kermesse si ripeterà gli anni seguenti. Un'altra iniziativa, un nuovo bando di concorso per scultori giovani stavolta rivolto alla Spagna, anche con l'interessamento della regina Sofia, non andrà in porto. Nel frattempo infatti l'Atelier subisce un attentato di stampo mafioso e la stessa attività del cementificio appare strangolata dal difficile e sempre più ostile contesto socio-culturale.

Del resto la vicenda processuale non lascia tregua, e se nell'estate del 1993 si gira tra le sculture della Fiumara il film Il viaggio clandestino. Vite di santi e peccatori di Raoul Ruiz, regista cileno e mito dell'avanguardia, che progetta anche una delle camere dell'albergo, La vita è un sogno di pietra, e se all'inizio di ottobre dello stesso anno Presti invita quaranta giovani ceramisti provenienti da tutta Europa a realizzare un'opera collettiva sul muro di contenimento di una delle strade della Fiumara, che diventa così Il muro della vita, è del 25 ottobre 1993 la dura sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Messina.

Arriva l'ordine di demolizione della Finestra sul mare considerata edificio abusivo alla pari delle 15.000 costruzioni senza licenza che invece una legge regionale votata in quei giorni dal governo Campione, ma poi bloccata dal TAR, stava per salvare. Presti viene condannato anche per Una curva alle spalle del tempo, in tutto 15 giorni di arresto, 15 milioni di lire di ammenda e 30 milioni di multa. I procedimenti contro le altre tre opere, Stanza di Barca d'oro, Energia mediterranea, Labirinto di Arianna, vengono invece dichiarati estinti per avvenuta prescrizione.

E' il momento di una seconda ondata di mobilitazione generale e subito a Roma un gruppo di artisti e intellettuali sollecita l'intervento del ministro dei Beni Culturali Alberto Ronchey, mentre una petizione firmata da 60 nomi della cultura italiana esorta il governo regionale ad agire per evitare la demolizione. Del resto una soluzione a portata di mano c'è: secondo la nuova legge regionale sull'abusivismo edilizio, la demolizione può essere evitata qualora il Comune dichiari l'esistenza di prevalenti interessi pubblici, che nel caso dell'opera di Festa sono peraltro evidenti. Ma il Comune latita, e intanto il gruppo consiliare del PDS all'Assemblea Regionale predispone un disegno di legge per la Fiumara.

A metà novembre un documento firmato stavolta da 3000 esponenti della cultura e dell'opinione pubblica induce l'Assessore regionale ai Beni Culturali e Ambientali Saraceno a convocare una riunione che sembra preludere all'investitura ufficiale del governo nella vicenda della Fiumara. Nella Sala Gialla di Palazzo dei Normanni a Palermo arrivano artisti, poeti, studiosi da tutt'Italia, per chiedere di salvare la scultura di Festa. Ma anche stavolta non succede nulla e solo il ricorso di Presti in Cassazione rimanda la demolizione annunciata.

Il 23 febbraio del 1994 la Corte di Cassazione chiude la vicenda annullando l'ordine di demolizione, i provvedimenti della Corte d'Appello e le richieste della Procura di Messina. All'albergo-museo si festeggia con l'apertura di otto nuove stanze d'artista.

La Fiumara (e la Finestra) è salva. Salva?

Né la Regione, né la Provincia, né i Comuni prendono atto della sua esistenza. Nessuno accetta il dono e si fa carico della sua tutela. Nessuno ha saputo o voluto sfruttare l'enorme potenziale turistico, e quindi economico, che essa propone in una zona peraltro tagliata fuori dai percorsi consueti, ma vicina alla turistica Cefalù. Nessuno l'ha adottata, lasciandola orfana e in balia del degrado. Non importa: ben visibili eppure clandestine, le opere della Fiumara restano la meta privilegiata di un percorso iniziatico. Presti sempre più isolato, vittima di attacchi mafiosi, decide di trasferirsi a Catania per continuare il suo impegno civile per il quartiere di Librino. Nel 2005, quando si rende conto che tutto il patrimonio artistico si sta deteriorando e la manutenzione delle opere è indispensabile, il 22 aprile, decide di opporre un rifiuto a questo rifiuto dello Stato e chiude con un enorme telo blu la Finestra sul mare scrivendo in tutte le lingue la parola “chiuso”. Dice Presti: “Ci sono uomini che nella vita hanno la gioia di aprire le finestre sul mare ma quelli stessi uomini hanno la potenza di chiuderle.” Con questo gesto simbolico Presti decide di ribaltare le posizioni: sottrare l’opera allo sguardo del pubblico è un gesto di grande forza per affermare l’esistenza della scultura come pensiero, anche a prescindere dalla materia. Questa volta è Presti a denunciare tutti i sindaci, la Regione Siciliana, per incolumità civile. Interviene all’appello il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e finalmente, il 6 gennaio del 2006, a firma degli onorevoli Beninati e Fleres, dopo 25 anni di battaglie, viene riconosciuto il Parco di Fiumara d’arte, affidando ai Comuni la manutenzione delle opere. La parola “fine” di questa vicenda, sigilla non solo l’impegno di una vita ma afferma soprattutto una vittoria “politica” dell’arte, una vittoria della forza dell’esistenza.

Viaggio

"Dalla materia che non esiste / sono entrato per metà in un labirinto / uscito e salito su un'onda blu / ho poi finito discendendo una caverna / stanco, passai per un albergo sfatto / e là sognai una casa finale./ Il fiume corre secco al mare". I versi di Gregory Corso indicano il senso del cammino: dalla foce del fiume alla montagna per tornare al mare, bisogna risalire insomma il corso arido del fiume, cominciare dalla fine per ritrovare l'inizio.

La materia poteva non esserci di Pietro Consagra è posta sul greto alla foce, il punto di massima ampiezza del fiume. Alta diciotto metri e possente, annuncia anche a chi passa in treno o sull'autostrada l'ingresso della Fiumara come un grande e misterioso geroglifico, una doppia porta bianca e nera traforata dal vento, non dissimile dalla figura di un labirinto sospeso in verticale e dalle anse irregolari. Bianca e nera come la duplicità della vita: nel suo segno di labirinto senza centro bisognerà inoltrarsi per raggiungere l'altro labirinto, quello che ha un centro, quello che conduce all'unità. Il titolo suona come un dubbio cosmico, l'eterno interrogativo dell'uomo di fronte alla natura o di fronte a se stesso, e la levigata struttura iscrive senza paura la sua domanda tra i sassi e il cielo come un segnale di frontiera aperta, un confine che è al contempo un ingresso.

Chi  ne raggiunge la base scopre di poterla attraversare, di potere entrare tra i due elementi addossati, e guardando verso l'alto vede scorci, ritagli e articolazioni di forme impreviste. Chi la vede da lontano ne coglie soprattutto la frontalità, che è da sempre la cifra della scelta stilistica dello scultore mazarese, e la forza compressa del suo segno non mimetico, che non intende riportare elementi della natura nella natura, ma un  contrasto, una sfida che contiene solo la propria immagine come la lettera di un alfabeto: "Solo una scultura non figurativa può resistere al cospetto dello scenario sotto il cielo… - dice Consagra - nell'immenso paesaggio della fiumara sei con la solitudine, fuori dalla storia, al cospetto delle montagne, del cielo, degli alberi, dei sassi. Devi avere un coraggio da leone, non si può essere arbitrari, non si può essere mimetici, non hai a chi votarti. Il lavoro già fatto ti appare fuggevole come un pensiero, sospeso come una frase, trasparente come un gesto. Devi essere deciso, non hai impedimenti. La dimensione l'hai già scelta, l'avventura è già nelle tue immagini. Se ti va bene, puoi essere felice".

Proseguendo per la strada, lasciandosi a destra Pettineo e raggiungendo Motta d'Affermo, al limite del paese si arriva a una lieve altura pianeggiante e brulla, da cui si gode una vista inebriante a 360°gradi sulla valle e fino al mare, un punto come quelli che sapevano scegliere gli antichi greci per posizionare i loro teatri. Qui c'è l'azzurra e ampia Energia mediterranea di Antonio Di Palma. Stavolta la scultura non è monumentale nel senso della verticalità, né è intrusiva come il grande geroglifico di Consagra e la sua ineludibile domanda, ha piuttosto un rapporto orizzontale e sinuoso di contatto con la natura: una grande onda di cemento blu come gonfiata dal vento, un segno d'acqua solidificato sulla montagna, come l'esplosione della visione di quell'orizzonte di mare in lontananza e la sua materializzazione fisica sul posto, sospende ogni domanda nell'incantamento. Si può salire sull'onda, ci si può lasciare scivolare, ci si può riparare al di sotto della sua volta, dove mucchi di sassi di mare macchiati di blu formano come un altare, mutandola in una cappella e in una architettura dell'intimità. E per quanto l'opera sia aperta e percorribile, il suo colore - il celebre blu-Klein, la tinta della dimensione 'immateriale' dell'universo - le dà una singolare sacralità, come se questa presenza sul pianoro che ne raddoppia il paesaggio fosse in primo luogo la solidificazione di una liquida proiezione mentale, il mistero di una segreta coincidenza tra quel mare e quella montagna che sono i due estremi del percorso della fiumara. Qui ci si ferma, si guarda, si dimentica ciò che ci siamo lasciati alle spalle, si placa l'ansia, ci si carica di forza positiva prima di salire ancora verso il labirinto.

Il percorso prevede un'altra pausa, stavolta lungo la strada ad un incrocio, un bivio tra una vecchia strada di campagna e la via nuova, che la scultura di Paolo Schiavocampo Una curva gettata alle spalle del tempo segnala come un luogo di confluenza e di passaggio tra il passato e il presente: prima di riprendere il cammino bisogna che il nostro tempo non sia più freccia lanciata in avanti o rivolta indietro, o impigliata nell'arco della vita, è necessario che invece acquisti la morbida tensione di una curva aperta che non conclude né corre ad infilzare l'obiettivo.

"Pensai - dice Schiavocampo - a un punto di riferimento andaluso e lorchiano 'Cruz. Punto final del Camino' e che questo punto di riferimento avesse insieme una sua verticalità e apparisse come mosso dal vento silenzioso che saliva dal mare. Che tra questo punto di riferimento, che fu realizzato con una forma di cemento di quattro metri di altezza e utilizzato come spartitraffico vi fosse uno spazio neutro, uno spazio meditativo: che l'inizio della nuova strada fosse segnato da due cippi alti e sottili che disegnavano un triangolo con lo spartitraffico, che là dove la valle scende verso il mare vi fosse una fila di sedili e là dove il terreno saliva vi fosse una sistemazione ecologica con pietre rosse e grigie locali che salvavano e isolavano i cespugli spontanei. Essendo l'insieme composto da diversi elementi, sbagliato sarebbe vedere la forma in cemento - la  scultura come la sostanza del mio intervento, essa non è altro che un particolare".

Un luogo di passaggio che,  pur essendo aperto sull'ampio paesaggio appare raccolto e a misura d'uomo, segnato dalle pietre: pietra vecchia e pietra nuova, pietra-sedile, pietra-dolmen. E' la memoria del passato della pietra, il suo essere natura e segno, utensile e monumento. E la pietra del fiume sulla cui disordinata casualità  si erge all'inizio la fierezza drammatica della domanda,  e che diviene reliquia di mare sotto l'onda dove quella domanda invece si adagia placata dall'orizzonte lontano, qui si trasforma come una pietra filosofale comprendendo nello spazio di una curva la sua storia e il suo futuro.

Anche la scultura, che da vicino ha una dimensione confortevole mentre in fotografia appare monumentale per il suo movimento di torsione potente, è forma in trasformazione, una presenza organica, un corpo che non fa resistenza e che sembra essersi lasciato modellare dal soffio dell'aria come un cavallo del vento.  Come un cavallo antico dentro la sua armatura, questo corpo di cemento è ancora fasciato della sua carpenteria di lamelle di ferro, come se l'opera non fosse del tutto conclusa e il suo compimento si fosse arrestato nell'attimo della torsione prodotta dal suo rivestimento, rinunciando alla presunzione della forma finita e continuando ad indossare il suo abito di lavoro. Su quest'abito, nei segni della ruggine e nel bianco del cemento, tra le saldature del ferro che si allentano, il tempo scrive la sua storia.

Scacchiera

Un rupe si sporge sul paesaggio come la prua di una nave, un avamposto estremo da  cui si vede dall'alto tutta la fiumara, la corona di monti, i piccoli paesi arroccati,  la valle che si fa sempre più ampia, e in fondo il mare.

E' meriggio, l'ora dechirichiana degli dei, dei demoni e delle apparizioni. E io sono qui seduta davanti a una scacchiera di pietra, come nel Settimo sigillo, a immaginare una partita fatale e ad ascoltare un racconto, quello di un sasso che va controcorrente.

"All'inizio era la morte, era solo questo che mi spingeva, - dice Antonio Presti - avevo preso in consegna una pietra,  e in nome di quella morte avevo intrapreso un percorso controcorrente, massacrato e ferito durante il cammino dalle stesse pietre della fiumara,  per riportarla all'origine, alla montagna-madre. Fu solo durante il viaggio che compresi che era necessario un passaggio di conoscenza, una trasformazione, e che la direzione del percorso andava invertita. Fu allora che con Gregory Corso scrivemmo la storia di una pietra che viene dalla montagna, segue il corso del fiume e non ha paura di diventare mare e di annegare nell'infinito. La storia della Fiumara è tutta qui, dentro il segreto del suo doppio percorso. Questa Fiumara che era nata da una disperazione, dalla costrizione e dalla morte, è diventata un percorso di forza, dove ogni luogo, attraverso la conduzione dell'arte, propone l'energia di un contatto e porta l'uomo a un passaggio verso un'altra condizione del desiderio.

L'opera di Consagra nasce dalla fine, ma è l'inizio del viaggio, è doppia come il senso del percorso che conduce all'unità del labirinto. Il mare ti aspetta dopo, quando alla fine del viaggio hai compreso il tema del doppio, e sei andato oltre il tuo desiderio, non sei più prigioniero del giudizio,  non dividi più bene e male, bianco e nero, vita e morte, non ti rifugi più nell'interstizio tra le cose, ma puoi sopportare l'ampiezza.

Ho voluto ridare all'arte questo codice di stupore che l'uomo contemporaneo ha perso, tanto che oggi parlare di stupore o di devozione alla bellezza può sembrare anacronistico".

Ascolto e sogno anch'io di giocare senza scampo con un convitato di pietra, un ignoto marinaio con cui tornare un giorno quassù al crepuscolo, davanti a questa scacchiera sull'abisso. Ascolto e il racconto disgrega ciò che restava delle mie resistenze, la diffidenza verso ciò che un tempo mi  appariva il risultato di un disordinato romanticismo, e che solo nella  Stanza di Barca d'oro mi aveva catturato perché vi avevo avvertito la misura e il pudore delle cose nascoste. E quel racconto mi sembra adesso invece stranamente familiare, come se togliesse il velo a qualcosa di dimenticato da troppo tempo, e già mi appartiene come una vecchia leggenda e una disperazione antica.

Comprendo che Fiumara d'Arte è un'unica grande opera totale, anche se non ha un progetto di linguaggio uniforme ed è nata piuttosto dagli incontri e dagli accadimenti, il suo valore non risiede che in parte nelle singole opere e piuttosto si trova nel disegno che le unisce. Un'opera che ha per tema il viaggio e di cui fanno parte allo stesso titolo l'arte, il paesaggio, la sua storia e il suo mito, le creazioni degli artisti, la creatività del committente, la ricettività del viandante. Un'opera la cui sfida è tutta in questa scacchiera che non fa parte del percorso d'arte,  ma è una stazione segreta, laterale, dove la partita tra il Cavaliere e la Morte si è arrestata in posizione di stallo. So già che tornerò, ancora e di nuovo, quassù.

Cercavo un posto per il Labirinto, - continua Presti - il Comune di Castel di Lucio stava  restaurando questa chiesetta sul poggio, bisognava segnare qui un punto trigonometrico. E' sotto questa roccia-santuario che nasce il fiume, questo è il luogo di confluenza delle acque che gli danno origine. Ed è anche un punto di contatto con la scultura di Consagra,  non si riesce a vedere perché troppo lontana, ma è lì in fondo nella direzione del mare,  questo punto è perfettamente in asse. Allora ho fatto questa scacchiera che non ho mostrato a nessuno: stavo giocando la mia partita con la vita, ma la posta non era la sconfitta della morte, era la conquista di un sentimento d'appartenenza. Feci in quel periodo anche la stanza dove poi sarebbe intervenuto Nagasawa, nasceva inizialmente dallo stesso sentimento drammatico, era una tomba, ma adesso chiuderla significa, al contrario, custodire una sorgente di rinascita. E per me significa chiudere un ciclo per aprirne un altro".

Labirinto

Labirinto di Arianna di Italo Lanfredini si trova su un'altura raggiungibile attraverso un viottolo che si diparte dalla strada poco prima di  arrivare a Castel di Lucio. Appare da lontano come adagiato sulla collina di cui segue il declivio, solo l'ingresso svetta come un arco acuto. E convive su quel poggio solitario con  una piccola chiesa di campagna, come se quella sconfinata apertura spaziale consentisse la quieta coesistenza di due dimensioni della sacralità, il mito e la religione.

La forma è quella più antica del labirinto cretese a sette anse,  un percorso a spirale che porta al centro senza smarrimenti e che riporta indietro, tra andare e tornare un chilometro di cammino. La sua materia di cemento è rosata, una calda tinta di pelle e di carne che trasmette fin da subito la sensazione che dietro quel muro circolare c'è un grembo dove perdersi e ritrovarsi, la Grande Madre, l'antica dea all'alba della storia, che regna ancora nel profondo della psiche come una remota e rischiosa nostalgia. Se varchi la grande vulva dal colore di terra accesa dell'ingresso, ti ritrovi tra le mura alte abbastanza da non consentire di vedere all'esterno, né vedi il resto del percorso che ti attende: sei protetto e solo con i tuoi passi senza scelta, ascolti la mediterraneità della tua radice, tutte le opere della Fiumara ti parlano di questo, tutte sono contemporanee e molto antiche al tempo stesso, e ti senti nelle viscere di un microcosmo di terra e intanto hai il cielo sulla testa, e vai avanti inquieto verso il mistero ombelicale del centro. Non troverai il Minotauro, né un mostro, nessun doppio mitologico assassino, solo una pozza d'acqua piovana e un albero di ulivo che cresce magicamente tra il cemento: un segno di fertilità e di pace, un esorcismo e uno specchio. Al centro di ogni labirinto c'è la morte e la rinascita, qui hai cacciato i demoni e incontrato te stesso. E per tornare all'aperto rifai  all'inverso il percorso della conoscenza, torni indietro in una condizione diversa  ma con lo stesso numero di passi, così come adesso che sei giunto alla meta scenderai dalla montagna di nuovo verso la costa da dove sei venuto.

"Una memoria, - sostiene Lanfredini - una traccia che affonda e si fonda nel paesaggio con la consapevolezza di, come dice Calvino, non aspettarsi di raggiungere un al di là ma un al di qua… Noi stessi."

Approdo

Se un muro di cemento può essere poesia, anche una caserma può diventare opera d'arte: sulla via del ritorno si può, prima di scendere a valle, sostare a Castel di Lucio per vedere Arethusa, la Caserma dei carabinieri decorata da Piero Dorazio, figura storica dell'astrattismo italiano, e da Graziano Marini con elementi di ceramica colorata, che esemplificano come sia possibile integrare nella tradizione del moderno, senza concedersi ad improbabili revival linguistici, l'uso del colore come emblema che presiedeva alle variopinte architetture dell'antichità. E, al di là del valore estetico dell'intervento, è un invito a ripensare il nostro mondo quotidiano sottraendolo alla soffocazione del grigio.

Di ceramica, l'arte della terra  e del fuoco che appartiene del resto alla tradizione del vicino paese di S. Stefano di Camastra, sono anche le tessere del Muro della vita,  un'opera collettiva senza grandi nomi che dice come l'immaginazione di tutti possa trasformare il banale quotidiano, come ci si possa riappropriare di quei luoghi di nessuno semplicemente funzionali a partire dai muri di contenimento lungo le strade. Lo si  incontra lungo la via provinciale per  Mistretta, che converrà prendere se si vuole sostare presso il torrente Romei e la  Stanza di Barca d'oro.

Adesso, se nel labirinto abbiamo saputo ritrovare il nostro filo d'Arianna e sciogliere il nodo della domanda che divide,  siamo pronti al contatto, a lasciarci invadere dall'energia sotterranea e a "vedere" scivolare tra i sassi e l'acqua quella barca che non può essere vista. Adesso sappiamo che non si tratta del fantasma hegeliano della "morte dell'arte", ma invece del suo non svilimento e della sua vita. E scopriamo che quella barca è già dentro di noi, si è disegnata a poco a poco dentro mentre percorrevamo fisicamente il corso del fiume e respiravamo il vento, è la mobile dimora che abbiamo costruito nel nostro viaggio e che può consentirci di andare oltre e tornare al mare. 

Ed è col cuore leggero che raggiungiamo la costa dove sulla spiaggia,  a Villa Margi tra S. Stefano di Camastra e Torremuzza, ci attende la monumentale Finestra sul mare di Tano Festa, scultura-segnale che come quella di Consagra si vede a distanza dalla strada tra Palermo e Messina, e che per questo è stata come l'altra oggetto di ostilità e polemica.

Finestra sul mare non è che una gigantesca cornice quadrata di cemento alta venti metri che ritaglia una porzione di orizzonte, vi è appoggiata una trave di ferro come un ponte orientato verso cielo e mare. La cornice è azzurra come la visione che inquadra, e sul suo telaio ci sono piccole nuvole come in una pittura di Magritte. Ogni quadro non è che una finestra, sosteneva Leon Battista Alberti, una finestra che ci consente di controllare la visione, misurare le distanze, costruire la prospettiva di uno spazio finito. Qui l'opera ci invita invece a lasciare scivolare lo sguardo nell'infinito, a guardare in modo diverso ciò che da sempre è sotto i nostri occhi, a confrontare la nostra finitezza con l'immensità dell'orizzonte, a non temere il ritorno all'acqua e il passaggio oltre verso un'altra sponda. E' la cornice di una nostalgia, la possibilità di un'avventura di mare senza ritorno, è la porta che interroghiamo all'inizio e che alla fine del viaggio si spalanca come una rivelazione. "Guardo ancora la porta chiusa - scrive Festa già malato ad Arturo Schwarz - e mi sembra che in quel momento non ci sia più né il corridoio né tutto il resto della casa. Che se l'aprissi in quell'attimo vedrei solo un grande cielo azzurro pieno di nuvole bianche". Quella finestra se l'è portata appresso per tutta la vita, ed è felice di saperla lì tra il mare e il sole, senza prezzo, su una spiaggia di pietre dove ciascuno può farne ciò che vuole: una cornice per un quadro che sarà diverso per ciascuno, perché si tratta di uno spazio dell'immaginazione, di quella "visione in trasparenza" che "innalza l'anima oltre i suoi confini egocentrici - dice il grande psicologo Hillman - e dilata gli eventi della natura […] La fantasia incoraggia a guardare il mondo con altri occhi, a leggere ogni evento in cerca di qualcosa di più profondo, a cercare dentro. La fantasia delle profondità nascoste infonde anima al mondo".

E quando l'occhio entra nella trasparenza e si fa azzurro si comprende che l'unica via d'uscita dal problema umano non risiede in una soluzione meccanica, ma nella materia poetica generata dalla mente. Ecco che dentro quella finestra sulla riva possiamo scorgere nel riverbero del sole un veliero bianco e azzurrino, il nostro "vascello immaginale", l'ultima trasformazione della barca dell'invisibile che ci indica quella via attraverso il mondo più difficile da trovare della via al di là del mondo.

 

Eva di Stefano

Docente di Storia dell’Arte Contemporanea - Università di Palermo

 

LA VITTORIA DELL'ARTE

Finalmente, dopo venticinque anni di battaglie e diverse sentenze che disponevano la demolizione delle sculture della Fiumara d'Arte, le opere monumentali del Parco vengono riconosciute e aiutate dal Governo regionale che ha approvato l'istituzione del percorso turistico culturale di Fiumara d'Arte (Legge Regionale 6/06 dal titolo Valorizzazione turistica-Fruizione e conservazione opere di Fiumara d'arte).




 

Antonio Presti

la biografia

Tesi di laurea e studi
sulla Fiumara d'Arte
Storia della Fiumara
I portatori d'acqua
Nagasawa
La barca dell'invisibile
Consagra
La materia poteva non esserci
 L'appello
al Presidente
della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi
 

 

     

Credits:
antoniobonanno.too.it

antoniobonanno
2003@yahoo.it

Associazione Fiumara d'Arte
Casa d'Arte Stesicorea

Piazza Stesicoro 15 - 95100 Catania

tel./fax 095 7151743

e-mail:
info@librino.org
Albergo-museo "Atelier sul mare"
Via Cesare Battisti 4, Castel di Tusa, 98070 (Me) - tel. 0921 334 295
fax 0921 334 283
e-mail: ateliersulmare@interfree.it
website:
www.ateliersulmare.it